SorrisoDiverso

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Di Alessio Cavazza
Il terrorismo è un fenomeno che purtroppo esiste da molto tempo e da molto tempo va avanti senza riuscire ad essere fermato.
Nonostante questo, c'è un'intera generazione che sembra collegare la parola terrorismo solamente alla serie di attacchi da parte dello Stato Islamico: a partire dall'episodio relativo la redazione di Charlie Hebdo e ricordando, al massimo, l’attentato delle Torri Gemelle. In questo modo si ignorano episodi precedenti o accaduti in zone meno vicine, e quindi meno esposte ai media.
Alla luce degli ultimi avvenimenti (attentato all'aeroporto di Istanbul, le vittime di Dacca, etc…) mi è sorto un timore: per questa generazione la paura si può trasformare in abitudine?
Può la cadenza quasi regolare degli ultimi attentati, che ci ricorda l'impossibilità di dimenticare, fare in modo che questi avvenimenti diventino semplicemente qualcosa con cui convivere e contro cui non si può fare nulla?
Credo proprio che sia quello che sta succedendo, dal momento che il massimo che si riesce a fare dopo un attentato è mettere una bandiera e una frase (che poi è sempre la stessa) sui social.
Nel caso in cui avessi ragione, vorrebbe dire che chi tiene i fili di quelle marionette che sono i terroristi è riuscito nel suo intento, perché l'abitudine è molto più difficile da combattere della paura.

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L’ennesima Strage
Di Aura Pammer
Spesso ci capita di pensare come finirà questo strano percorso chiamato Vita. Insomma, perché mai qualcuno dovrebbe pensare alla propria morte come a una decisione presa da un altro essere umano. Umano, non solo vivente, in grado di pensare, di ragionare e di comunicare. Allora, perché ancora nel 2016 ci giungono notizie del tipo ‘un uomo ha ucciso 50 ragazzi’ o milioni di altre notizie simili?
Non essendo una psicologa non riesco a darne una giustificazione da questo punto di vista, ammesso che possa esistere. Umanamente parlando, con quale diritto, con quale capacità, secondo quale principio un uomo riesce ad arrivare a tali gesti?
Si è parlato di un presunto collegamento con la realtà disumana dell’ISIS, si è parlato di droghe, di menti instabili, eppure nessuna giustificazione valida per l’atroce morte di 50 ragazzi, che il 12 giugno 2016 si stavano semplicemente svagando, come tante altre sere di routine, al Pulse, locale di Orlando in Florida.
Dimentico, un locale ‘GAY’? No, non l’ho dimenticato, ma non l’ho sottolineato, perché non dovrebbe essere un motivo, una ragione, una giustificazione nel 2016. Eppure, nonostante la tecnologia all’avanguardia, i secoli trascorsi e la nuova era, la mente di alcuni sembra non volersi aprire, sembra voler restare chiusa, povera, ignorante. A questo punto l’appello a tali menti, sarebbe di tenersi la propria opinione per sé, di rispettare l’opinione altrui e di continuare a vivere pensando alle proprie glorie, gioie e felicità. Purtroppo invece, la maggior parte di queste persone, si bloccano, alzano un muro e alcuni vogliono persino imporre la propria idea, ma non sempre in modo cauto e civile, dando il via a vere e proprie stragi.
Purtroppo per le vittime di Omar Mateen, come Eddie Justice, Amanda Alvear, Martin Torres e tanti altri, la vita si è fermata in un attimo, tra lacrime, paura e terrore. Ovviamente i media ne parlano e ne riparleranno per i prossimi due mesi, poi però cadrà anche questa notizia nel buio, e resterà soltanto il dolore implacabile delle famiglie delle vittime.
Noi esseri Umani dovremmo comprendere che la vita è una sola, ogni singola piccola vita vale tanto quanto l’altra e non si differenzia per provenienza, religione, orientamento sessuale o qualsiasi altro piccola diversità. Diverso è bello, è curioso, interessante, nuovo e poi chi siamo per dire cosa è normale?
In memoria di tutte le vittime di tali stragi,
definite da me Inutili e piu che evitabili.
Aura Pammer

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Di Julia D’Angelantonio.
In pochi sanno quanto la letteratura sia legata all’arte. Al giorno d’oggi si restringono eccessivamente i campi di lavoro e si giunge dunque a pensare che non si possa lavorare su due campi tanto differenti quanto simili come appunto quello dell’arte e della letteratura.
In pochi conoscono lo studio che si cela dietro la creazione di un romanzo, per questo tendo a ribadire quanto sia importante l’arte in questo ambito, in particolar modo quando un autore decide di ambientare il proprio romanzo in un’epoca passata.
In questo caso occorre che l’autore si documenti con tutti gli strumenti necessari per conoscere al meglio non solo gli ambienti ma anche i vestiti e gli oggetti.
Se questo ipotetico scrittore ricorre a quadri del periodo prescelto, di quelli che descrivono atmosfere, persone, animali, ambienti di quell’epoca lontana egli vedrà il suo compito facilitato poiché gli basterà fare una descrizione di ciò che vede.
Facciamo un esempio:
In Oceano Mare (1993) di Alessandro Baricco, leggiamo che una delle protagoniste Anne Deveria` passeggia lungo la spiaggia insieme con Elisewin, una ragazzetta di sedici anni con il suo ombrellino bianco:
Sai cos'e` bello qui? Guarda: noi camminiamo, lasciamo tutte quelle orme sulla sabbia, e loro restano li`, precise, ordinate. ma domani, ti alzerai, guarderai questa grande spiaggia e non ci sara` più` nulla, un'orma, un segno qualsiasi, niente. Il mare cancella, di notte. La marea nasconde. [...]
Si parla nel romanzo di una localita`, Skagen. Esiste e si trova in Danimarca.
C'e` anche una pittrice famosa di Skagen che si chiama Anne Ancher (come uno dei personaggi di Oceano Mare). È probabile che la passeggiata che Baricco descrive nel romanzo, sia ispirata a un quadro di Peder S. KrMoyaetrt, mattino d'estate sulla spiaggia di Skagen (1893).
Antonio Tabucchi, nella novella La traduzione, tratta da I volatili del Beato Angelico (1987), utilizzò il medesimo stratagemma riguardante un quadro di Vincent Van Gogh: Pont de Langlois (1888)
I quadri, oltre a ispessire la materia del narrare, hanno anche una funzione di certo non terapeutica, ma sicuramente epifanica, anzi di agnizione.
Avrebbe dunque ragione la psichiatra Graziella Magherini dell'ospedale Santa Maria Nuova di Firenze, la quale nel 1977 ha coniato il termine LA SINDROME DI STENDHAL, per un particolare malessere che provano le persone davanti a uno specifico quadro.
Non bisogna credere pero` che soltanto la letteratura ricorra a questi stratagemmi. Basti guardare al cinema:
Dario Argento nel 1996 diresse un horror psicologico su questa sindrome con protagonista Asia Argento, sua figlia.