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Premesse e dati sul rapporto tra violenza sulle donne e i livelli di istruzione e occupazione.

Affrontare il tema della violenza sulle donne vuole anche dire andare alle radici di un problema che coinvolge un numero di fattori estremamente ampio. In tale senso è il caso di analizzare una serie di elementi che, a prima vista, potrebbero non mostrare un collegamento diretto con un argomento la cui importanza sociale solo negli ultimi anni ha avuto una maggiore eco. Tali elementi riguardano il grado di occupazione e istruzione femminile, a proposito dei quali i dati Istat parlano chiaro:

 

Nonostante il livello di istruzione femminile sia sensibilmente maggiore di quello maschile, il tasso di occupazione è molto più basso (nel II trimestre 2020 è il 48,4% contro il 66,6% maschile) e il divario di genere è più marcato rispetto alla media Ue (61,7% contro 72,1%) e agli altri grandi paesi europei. Siamo penultimi in Europa davanti solo alla Grecia

 

Nel 2019, in Italia, hanno il diploma il 64,5% delle donne (64,4% nel II trimestre 2020); una quota di 5 punti percentuali superiore a quella degli uomini (59,8%)[…] Inoltre, il 22,4% delle donne ha conseguito una laurea (22,6% nel II trimestre 2020), contro il 16,8% degli uomini; un vantaggio femminile che ancora una volta è più marcato rispetto alla media Ue.

 

Perché concentrare la propria attenzione su queste statistiche?  In primo luogo perché è chiaro, oltre che rimarcato dai dati, che “il radicamento degli stereotipi sui ruoli di genere, da una parte, e l’atteggiamento verso i comportamenti violenti, dall’altra, sono le chiavi di lettura per comprendere il contesto culturale in cui le relazioni violente trovano genesi e giustificazione”.  

Tra gli stereotipi di genere più diffusi e su cui concorda la maggior parte della popolazione, si trovano risultati interessanti:

  • “Per l’uomo, più che per la donna, è molto importante avere successo nel lavoro” (32,5%);
  • “Gli uomini sono meno adatti a occuparsi delle faccende domestiche” (31,5%);
  • “E’ l'uomo a dover provvedere alle necessità economiche della famiglia” (27,9%);
  • Quello meno diffuso è “spetta all’uomo prendere le decisioni più importanti riguardanti la famiglia” (8,8%).
  • “è accettabile un uomo controlli abitualmente il cellulare e/o l'attività sui social network della propria moglie/compagna.”(80,6%)

L’applicazione di questi stereotipi è molto diffusa tra persone con bassa istruzione (79,6% fra coloro senza titolo di studio o con licenza elementare contro 45% dei laureati) e, paradossalmente, è più o meno equamente distribuita tra uomini e donne sul territorio nazionale[1].

Lo conferma il fatto che “molte donne non considerano la violenza subita un reato, solo il 35,4% delle donne che hanno subìto violenza fisica o sessuale dal partner ritiene di essere stata vittima di un reato, il 44% sostiene che si è trattato di qualcosa di sbagliato ma non di un reato, mentre il 19,4% considera la violenza solo qualcosa che è accaduto”. 

Viene da sé che questo influenza la condotta di vita di molte donne. Studio e lavoro conducono a un’indipendenza mentale ed economica che è spesso il modo più immediato di contrastare episodi o situazioni di violenza.

 

Alle studentesse e alle più giovani si deve, tuttavia, la netta diminuzione di alcune forme di violenza: rispetto al 2006, per le donne fra i 16 e i 24 anni la violenza fisica o sessuale è in calo, dal 31,7% al 27,1% e per le studentesse dal 33,5% al 25,9%. Ciò è dovuto soprattutto alla riduzione delle violenze sessuali e, in particolare, delle molestie sessuali. Per le studentesse è particolarmente evidente la diminuzione della violenza fisica (dal 18,4% al 14,8%). La diminuzione è accentuata anche per le lavoratrici in proprio.

 

Se lavoro e istruzione sembrano quindi rappresentare un’ancora di salvezza da un lato, dall’altro sorprende il dato che vuole, tra le vittime di violenze soprattutto “le donne separate o divorziate [che] hanno subìto violenze fisiche o sessuali in maggiore misura rispetto alle altre (51,4% contro il 31,5% della media italiana). Incidenze maggiori si riscontrano anche per le donne che hanno tra i 25 e i 44 anni, tra le più istruite (con laurea o diploma), tra quelle che lavorano in posizioni professionali più elevate o che sono in cerca di occupazione.”

Questi dati non devono essere però percepiti in contrasto, al contrario dovrebbero essere visti come elementi complementari, che testimoniano un duplice effetto. Se da una parte la presa di consapevolezza delle donne riguardo la violenza che è loro indirizzata e il conseguenziale allontanamento dagli stereotipi che spesso la creano o giustificano è facilitata da una maggiore istruzione e da un lavoro che le rende indipendenti, dall’altra tali episodi di violenza tendono ad aumentare proprio perché l’allontanamento da tali stereotipi è ancora lontano dal divenire reale. Quando una donna cerca di renderlo fattuale, molto spesso trova il contrasto di una controparte maschile che non accetta o non condivide il cambiamento di uno status quo endemico nella nostra società (il 62,6% ritiene che alcuni uomini siano violenti perché non sopportano l’emancipazione femminile).

A conferma di questo c’è la positività dei dati più recenti:

 

Considerando gli ultimi 5 anni precedenti il 2006 e il 2014, emerge una maggiore consapevolezza della violenza subìta. Considerando le violenze da parte dei partner o degli ex partner negli ultimi 5 anni, è evidente che le donne denunciano di più (11,8%  contro 6,7%), ne parlano di più (la percentuale di chi non ne parla con alcuno è diminuita dal 32% del 2006 al 22,9% del 2014), si rivolgono di più ai centri antiviolenza, agli sportelli o ai servizi per la violenza contro le donne (dal 2,4% al 4,9%). Inoltre, più vittime la considerano un reato (dal 14,3% al 29,6%) e meno come qualcosa che è solo accaduto (in calo dal 35,2% al 20%). Un andamento simile si riscontra per le violenze subìte da uomini diversi dai partner, sebbene negli ultimi 5 anni sia rimasta stabile la percentuale di donne che non ne parlano con alcuno (21%).

 

Sono tutti elementi che non possono non essere visti alla luce di un aumento del livello di istruzione, della percentuale in aumento di lavoratrici rispetto al passato e, naturalmente, a un maggiore impegno nella sensibilizzazione. Come ha dimostrato il periodo di lockdown, infatti, ci sono state il 73% in più di chiamate indirizzate ai numeri antiviolenza rispetto al 2019, un dato attribuibile alle numerose campagne di sensibilizzazione che hanno fatto sentire le donne meno sole.

Il che ci conduce al focus del discorso: cosa può fare il cinema per eliminare gli stereotipi e aiutare a sensibilizzare le coscienze su un tema tanto importante come la violenza contro le donne?

Donne e cinema

C’è da premettere che, anche il cinema, come molti altri settori, detiene un primato in negativo per quanto riguarda l’occupazione femminile. A livello europeo:

 

Le donne rappresentano “solo il 22% di tutti i registi che hanno girato almeno un film europeo tra il 2015 e il 2018“, e la quota scende al 19% per le serie tv e i film destinati solo alla televisione e prodotti in quegli stessi anni.

 

La quota femminile sale invece tra gli sceneggiatori, pur rimanendo molto sottorappresentata rispetto ai colleghi: le donne impegnate nella scrittura di una scenografia di un film sono il 25%, e il 34% in quella per le serie tv e i film destinati solo al piccolo schermo.

 

La situazione italiana non cambia molto, infatti:

 

solo il 12% dei film a finanziamento pubblico italiano sono diretti da donne e appena il 21% dei film prodotti dalla Rai hanno una regista […] meno del 10% (9,2%) sono i film diretti da donne che arrivano in sala. Il 25,7% delle produttrici sono donne, percentuale che diminuisce quando il ruolo diviene più importante, e le sceneggiatrici sono il 14,6%Nelle troupe macchiniste, operatrici e foniche sono meno del 10%. Sono il 6,2% le direttrici della fotografia, e compongono le colonne sonore solo il 6% di donne. Le donne sono invece in maggioranza nei dipartimenti di casting, trucco e costumi.

 

Questi dati, che possono apparire fumosi, si rispecchiano anche nella mia esperienza personale. Come direttore di un Festival a cui partecipano opere a tematica sociale, ho più volte notato come la partecipazione femminile sia di gran lunga minore rispetto a quella maschile. Se analizzo unicamente gli ultimi tre anni i risultati sono in linea con quelli descritti dalla ricerca del CNR. 

Per quanto a un aumento delle donne che lavorano come registe o sceneggiatrici nel mondo del cinema non è detto debba corrispondere anche un aumento delle opere che trattano tematiche come la violenza contro le donne, viene naturale pensare che uno sguardo femminile possa offrire un punto di vista nuovo e più stratificato a questo tipo di prodotti. Auspicare, di conseguenza, un maggior coinvolgimento delle donne nelle produzioni equivale a desiderare un maggior grado di approfondimento di una tematica che non ha mai abbastanza spazio all’interno della settima arte.

Non bisogna credere che i film che trattano tematiche di questo genere siano un’invenzione moderna. Sorprenderebbe molti sapere che una delle prime storie che parlano di violenza su una donna, portate sul grande schermo, dal titolo “Giglio infranto”, risale al 1919 ed è opera del padre della cinematografia americana, D.W. Griffith. Per quanto rilevante, non bisogna tralasciare però l’unicum che questa opera rappresenta. Bisogna infatti attendere mezzo secolo perché film di simile rilevanza inizino a essere prodotti con più frequenza. Il progressivo interesse per questa tematica fa capolino a partire dagli anni 80’: del 1986 sono il celebre film di Steven Spielberg “Il colore viola”, con Whoopi Goldberg, e “Oltre ogni limite”, pellicola che ha come protagonista la nota attrice di Charlie’s Angels Farrah Fawcett; del 1988 è “Sotto accusa”, un film con Jodie Foster.

Al primo decennio del 2000 appartengono gli italiani “La bestia nel cuore” di Cristina Comencini, “Non ti muovere” di Sergio Castellitto e “Primo amore” di Matteo Garrone, così come “Volver” di Pedro Almodòvar e “North Coutry – Storia di Josey” con Charlize Theron, tratto da fatti realmente accaduti. Per brevità ho voluto tralasciare altre produzioni provenienti da altri Paesi europei ed extraeuropei, non perché non siano rilevanti, ma perché ho voluto prendere in considerazione la visibilità delle pellicole per il grande pubblico, che sfortunatamente, la maggior parte delle volte è legata soprattutto alle opere provenienti dagli Stati Uniti.

Non ci sono dubbi riguardo il fatto che tutti quelli citati sono film dal forte impatto, che molti non faticano a ricordare, ma rappresentano anche una quantità relativamente esigua rispetto al numero di pellicole prodotte, soprattutto se si pensa che tali titoli sono arrivati nelle sale cinematografiche alla spicciolata e nel corso degli ultimi quarant’anni. La situazione migliora nell’ambito del festival TSN, dove le opere che trattano di violenza contro le donne sono, in media, un quinto di quelle presentate, anche grazie al fatto che il regolamento restringe alle sole tematiche sociali quelle con cui è possibile partecipare al concorso.

 

     ANNO     

   N° CORTI A TEMATICA  

       VIOLENZA CONTRO LE      

DONNE SU RCC

    N° TOTALE DI   

CORTI RCC

2018

3

30

2019

9

30

2020

8

50

Violenza contro le donne nel cinema: temi e stereotipi

Per la mia esperienza, analizzando sia i film che i cortometraggi, è ancora una volta impossibile prescindere le trame alla base di tali lavori dagli stereotipi che, come confermano i dati, sono spesso parte integrante delle fondamenta degli episodi di violenza.

“Il colore viola” di Steven Spielberg, mostra lucidamente come la situazione di degradato e l’isolamento in cui viene forzata la protagonista siano terreno fertile per una vita di maltrattamenti. In “North Country – Storia di Josey”, Charlize Theron combatte per il suo diritto e quello di altre donne di poter lavorare in un ambiente dominato da uomini senza subire continue umiliazioni e vessazioni. “Primo amore” è la storia di una violenza psicologica, di un uomo - padrone che impone alla sua compagna un ideale di bellezza malsano, spingendola verso un malessere che conduce a delle conseguenze estreme. L’abuso fisico di “Sotto accusa”, trova prima l’omertà e l’incitamento degli astanti quando viene perpetrato e, nel momento in cui viene portato a processo, la difesa dello stupro si basa sulla convinzione che la protagonista Jodie Foster sia stata consenziente al rapporto (Persiste il pregiudizio che addebita alla donna la responsabilità della violenza sessuale subita).

Posso assicurare che le stesse tematiche e lo stesso modo di affrontarle si ritrovano all’interno dei cortometraggi che ho potuto visionare negli ultimi tredici anni. Sarebbe quindi per me una ripetizione, citarne i contenuti. Vorrei invece concentrarmi sul loro impatto, che da organizzatrice, ho modo di vedere direttamente sul pubblico, citando un paio di aneddoti che risalgono agli ultimi anni. 

Come già detto, sono la prima a visionare i cortometraggi, quando arrivano. Spesso li guardo e li riguardo, imprimendoli bene nella memoria, così quando sono in sala e quelle stesse opere vengono proiettate mi piace osservare il pubblico e la loro reazione, per comprendere quale sia l’effetto che le pellicole scelte provocano. Nel 2019 eravamo al Multisala Barberini per la proiezione dei finalisti. Tra di essi c’era un cortometraggio a tema violenza contro le donne: “Il giorno più bello” di Valter d’Errico. Per scelta del regista, la scena di stupro della protagonista fu molto esplicita, senza stacchi, cruda e raccapricciante come normalmente è crudo e raccapricciante un tale atto di violenza. La reazione del pubblico fu immediata, durante la visione assistetti alle reazioni più disparate. Una donna uscì dalla sala nel mezzo della scena, l’espressione di alcuni volti divenne rigida, altri erano disgustati, altri ancora non riuscivano a guardare a lungo lo schermo. Dopo i titoli di coda, la sala esplose in un applauso lunghissimo.

Premiammo Caterina Milicchio, la protagonista, come migliore attrice quell’anno. Salì sul palco con il resto del cast, di cui faceva parte anche un bambino che era stato in sala durante la proiezione, con il benestare della madre. Mi colpì molto quello che disse riguardo la sua presenza. Non provava imbarazzo, era fiera del cortometraggio a cui aveva preso parte. Per lei era necessario sia che il bambino capisse che rappresentare la scena drammatica era parte del suo lavoro di attrice, sia che assistesse, perché l’educazione deve includere uomini e donne allo stesso modo e il cinema ha la capacità di sensibilizzare le coscienze ed educarle, di far comprendere che terribili atti come quello esistono, provocano dolore e non vanno semplicemente fermati. Si deve fare in modo non esistano i presupposti per crearli.

A un anno di distanza, nel 2020, nel mezzo di un progetto con alcuni ragazzi dell’Istituto Cine-TV R. Rossellini, ebbi ancora una volta conferma dell’impatto emotivo che una buona pellicola, per quanto breve, può provocare. Gli studenti erano impegnati nella visione di alcune delle opere pervenute, gli avevamo affidato il compito di scegliere quelle che, a loro parere, potevano sembrare più meritevoli. Tra i cortometraggi di quella giornata c’era “Eva” di Paolo Budassi. Nelle premesse della storia, la protagonista, una violinista intrappolata in un rapporto violento, viene ridotta in fin di vita dal compagno. La scena, particolarmente intensa, di quando l’uomo la trascina per terra e le chiude le mani nella porta, privandola del suo talento e rendendole impossibile tornare a suonare, colpì a tal punto i ragazzi presenti che una di loro scoppiò in un pianto improvviso.

Chi mi conosce lo sa, non amo citare solo gli episodi o i risvolti negativi di una certa situazione. Lo testimonia il fatto che chi partecipa al concorso di TSN ha il compito, spesso arduo, di trovare e mostrare il risvolto positivo anche all’interno di storie che raccontano tematiche cupe e dolorose. Trovo infatti che sia la speranza il miglior messaggio che è possibile lasciare dentro chi decide di partecipare, come spettatore, al festival. Eva, svegliata dal coma, non può più suonare, ma decide di lottare perché altre donne non debbano mai più subire quello che lei ha subito. Sonia, la protagonista de “Il giorno più bello” ritrova la forza di vivere e di lottare grazie al figlio nato dall’esperienza traumatica vissuta, una vita che ha deciso di far venire al mondo e su cui ha riversato l’amore che altrove è stato tradito.   

È un triste dato di fatto, ormai, quello che ci vuole quasi anestetizzati alle notizie di cronaca, affastellate o ripetute a più ore del giorno come versi di una filastrocca. È un contatto, quello con il mondo che ci circonda e con gli altri esseri umani, che non dovremmo perdere, perché equivale a privarci di ciò che ci rende una comunità.  Fortunatamente, ho visto con i miei occhi che il cinema riesce ancora a operare un miracolo raro, creare un ponte tra il messaggio e lo spettatore, risvegliare l’empatia, spingere a riflettere e cambiare il modo di vedere il mondo. Non è un caso quello che vuole da anni l’impegno mio e di chi organizza il festival TSN nel concentrare l’attenzione sulle tematiche sociali cercando proprio di scardinare gli stereotipi e i pregiudizi, di portare l’attenzione del grande pubblico là dove spesso scarseggia, di educare, dialogare e confrontarsi con realtà difficili, crude o sconosciute. Sono una persona ottimista e penso che il lavoro che facciamo ha il suo peso sulla realtà e che, anno dopo anno, un po’ come la goccia che scava la pietra, quel peso non farà che aumentare e rendere migliore il mondo e le persone che lo abitano.

Paola Tassone

Foto tratta dallo spot “Mai più scale bugiarde” del regista Riccardo Trentadue per la campagna di sensibilizzazione  lanciata da TSN in collaborazione con ASviS e ANMIL.