SorrisoDiverso

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Diretto da Elena Beatrice e Daniele Lince, scritto da entrambi, insieme a Giovanni Busnach, basato sul racconto ‘Afasia’ di Elena Beatrice, a Verdiana, pur nella brevità del suo minutaggio, non manca spazio: la struttura del corto non stritola la storia, ma la valorizza. L’opera evolve sfruttando alla perfezione il tempo che occupa e coinvolge lo spettatore senza sforzo, con il suo ritmo ben calibrato e i lampi di comicità esilarante. Una storia convincente e ironica, che vanta la partecipazione straordinaria di Angela Finocchiaro nel ruolo della Maestra Zen. Vincitore del premio Miglior Opera per la TV 2021, Verdiana, con soluzioni semplici ma brillanti, porta allo spettatore una riflessione sulle dinamiche delle relazioni, ma più in generale, sul rapporto tra interno ed esterno, sé stessi e l’altro, ascolto ed espressione, proponendo una piantina come metafora di questo scambio: con le sue radici che penetrano in profondità e le foglie spalancate verso il mondo, a caccia di luce.

La relazione tra Michele e Luisa pare essere agli sgoccioli. I litigi esplodono, ormai, anche per le banalità e i due, durante uno di questi, inveiscono uno contro l’altro negandosi rispettivamente dialogo e ascolto. L’indomani, al mattino, la coppia fa una scoperta sconcertante: un po’ come si erano promessi al momento del litigio, si trovano definitivamente impossibilitati a parlare e ascoltare, lei è diventata sorda, lui muto. Dopo aver eseguito esami su esami, disperati, i due si rivolgono a un’anticonvenzionale maestra zen, biancovestita. Cogliendoli di sorpresa, la donna consegna loro una piantina e una pila di buste da aprire ogni tre giorni, contenenti le istruzioni per la cura della pianta. Solo alla fine, una volta guariti, potranno rivelare il contenuto dell’ultima. All’inizio con qualche reticenza e, successivamente, con sempre maggiore entusiasmo, la coppia si cimenta in questa prova.

Una scena che assomma, da sola, molti dei significati espressi dal cortometraggio, è quella in cui Michele e Luisa danzano insieme. Lei non può udire la canzone e pertanto non saprebbe coordinarsi con il suo ritmo, così Michele, che da parte sua non ha modo di guidarla con le parole, le comunica le variazioni e il ritmo con i gesti e trascinandola nella danza. Questo frangente aggira i vuoti comunicativi, i rispettivi limiti, e trova una strada diretta per la comunicazione che non necessita del linguaggio verbale.

Con le musiche originali di Luca Fois, le interpretazioni disinvolte e coinvolgenti di Erica Del Bianco e Dario Leone, nei panni dei due protagonisti, e con la straordinaria Angela Finocchiaro a cui basta una variazione nel volto per strappare un sorriso, il cortometraggio raggiunge il pubblico con efficacia, cattura la sua attenzione e lo guida verso un’interessante varietà di riflessioni sui rapporti umani. A essere messo in risalto, infine, è anche il confronto con la pianta, Verdiana, il quarto personaggio della storia, tanto viene umanizzata: lo stratagemma con cui si ripristina la naturalezza della relazione e tramite il quale i protagonisti imparano a coltivare il loro amore e, dopo avergli donato ogni cura, a lasciarlo crescere autonomamente in un terreno più grande.

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Diretto da Serena Porta e da lei scritto insieme a Luca La Volpa, Vanessa e le visioni fuori luogo è il risultato del progetto M.O.V.I.E. che ha visto la collaborazione tra alunni, insegnanti ed esperti, per l’interpretazione dei personaggi e il coordinamento dei lavori. Il cortometraggio propone un racconto con delicati tratti surreali innestati in un contesto urbano, spesso desolato, mentre assume, in altre scene, connotazioni metanarrative che mostrano il viaggio di chi la storia la scrive. Il progetto è stato realizzato all’interno dell’Istituto di Istruzione Superiore Monsignor Antonio Bello di Molfetta con la collaborazione di DRAKA Srl di Corrado Azzollini e mostra gli effetti di una perfetta sinergia tra studenti, docenti e professionisti del settore cinematografico.

Un gruppo di studenti sta partecipando e dirigendo i provini per l’attrice protagonista dell’opera cinematografica che i ragazzi progettano di realizzare: la storia di Vanessa. Dopo aver ascoltato le diverse candidate, discutono tra loro di chi tra queste sia più compatibile con la caratterizzazione della protagonista. È così che allo spettatore vengono presentate Vanessa e la sua storia. Vanessa è una bambina che vive nella periferia di una città marittima, orfana di madre e trascurata da suo padre. La bambina non è in grado di elaborare il suo recente lutto e così instaura un rapporto simbiotico con l’urna contenente le ceneri di sua madre. I ragazzi discutono della storia, approfondiscono le funzioni dei personaggi nel racconto ed espongono le loro riflessioni durante le interviste che vengono loro sottoposte dietro le quinte. Intanto, nel film, Vanessa continua a vagare pensando a come poter spiccare il volo per raggiungere sua madre.

Evocando atmosfere malinconiche ma affascinanti, il corto rappresenta una storia che parla della necessità di elaborare la perdita, anche quando a venire meno è un tassello fondamentale. I colori che Vanessa, interpretata dalla piccola Arianna Caputi, porta indosso, nel vestiario, nel costume da farfalla e fra i suoi averi trasportati in un carrellino, contrastano opportunamente con lo sfondo della periferia. La distaccano dal contesto ed esprimono visivamente il suo isolamento: una storia triste che, sola, cammina per le strade della città fino ad approdare a un finale che stringe il cuore. Al centro della svolta, c’è il personaggio di Mohamed, impersonato da Abdul Cisse.

Il doppio livello del racconto – la finzione nella finzione – pensato per il cortometraggio è uno strumento che non si limita a rendere interessante e stratificata la struttura dell’opera, ma rappresenta un esempio utile per gli studenti, un argomento di riflessione sul rapporto tra realtà e finzione. Una prospettiva, quella scelta, che capovolge i ruoli di creativi e creature del racconto, per non riferire solamente la storia di Vanessa, ma mettere in contatto lo spettatore con i processi di chi lavora alla realizzazione di un film.

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Diretto e scritto da Alex Nardi, pseudonimo di Claudio Banchelli, e basato sul racconto El continente crea el contenido, dello stesso autore, T-Rexed racconta una storia girata e montata con strumenti semplicissimi. È sempre Alex Nardi che gestisce le riprese, fotografia, suoni e montaggio, con l’assistenza tecnica di Michele Franzese, e impersona, per giunta, il personaggio principale. Un cortometraggio, dunque, che dimostra come le idee possano essere messe in scena anche con pochi mezzi elementari e con un cast tecnico non necessariamente composto da un gran numero di elementi.

Il protagonista è un uomo che vive da solo. Prende delle pillole, è in contatto con una dottoressa che segue il suo caso e si assicura che l’uomo curi regolarmente le patologie da cui è affetto. Ha anche un figlio disoccupato che non riesce a incoraggiare o a indirizzare adeguatamente. Il suo carattere testardo e talvolta un po’ ostile gli aliena, tra le altre cose, le simpatie dei condomini. Inizialmente lo spettatore assiste alla sua routine estremamente ordinata di gesti e attività che gradualmente vacilla fino a destabilizzarsi del tutto, complici i conflitti con la dottoressa, con il figlio e con i vicini di casa che, sommati alla solitudine, portano l’uomo a lasciarsi andare a un lento degrado fisico e psicologico.

Scegliendo il bianco e nero per il cortometraggio e adottando uno stile dal taglio documentaristico, il regista mette in scena atti della quotidianità del protagonista, interrotti da tagli netti e impilati l’uno dopo l’altro per dare risalto alla routine del personaggio e soprattutto alla graduale trasformazione che subisce nel corso dell’opera, scivolando inesorabilmente nell’incuria e infine nell’autodistruzione. Poche sono le scene, invece, a colori e tutte riguardano gli scenari che esulano dalla vita degradata del protagonista, annegata nel grigiore e nella solitudine da cui lo spettatore trova tregua solo quando la prospettiva cambia e si assume quella del figlio del personaggio principale, interpretato da Fabio Francisco Banchelli Gracia, in cerca di un futuro più promettente in un altro Paese.

Il racconto di Alex Nardi rappresenta la solitudine come una condizione che priva le attività della loro rilevanza, le trasforma in gesti vuoti, meri atti di sopravvivenza, senza un reale scopo. Alla fine, questa visione finisce per coinvolgere la vita stessa del protagonista, percepita irrilevante: si svolge lontana dallo sguardo del prossimo, precipita al centro di una realtà indifferente e si estingue senza far rumore.