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Il Blog di Tulipani di Seta Nera

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Festival Internazionale della Cinematografia Sociale Tulipani di Seta Nera

Recensioni della critica — Edizione 2026

 

Cortometraggi

L'ultimo ingrediente di Loreno Cioglia

C'è un momento, ne L'ultimo ingrediente, in cui una donna anziana dice a un ragazzo che sta per togliersi la vita: “Prima che ti ammazzi, se avessi pure un goccio di latte.” Ecco, in quella frase c'è tutto. C'è la commedia nera più pura, quella che ti fa ridere con un nodo alla gola. È una battuta da manuale. Lorenzo Valori e Leonardo De Castro l'hanno scritta, e con lei un intero cortometraggio che funziona come un meccanismo a orologeria.

La storia è disarmante nella sua semplicità. Un giovane ha deciso di farla finita. Ma c'è una vicina, una di quelle vicine romane che hanno la chiave di tutto il palazzo e di tutta la tua esistenza, che continua a bussare. Le servono ingredienti. Per un ciambellone, naturalmente. E qui sta il genio della cosa: il corto si apre proprio con la preparazione di quel dolce, e tu non sai ancora dove ti sta portando. Poi la musica interviene, e interviene nei punti giusti — mai un eccesso, mai una sottolineatura di troppo. C'è un uso sapiente del sonoro che costruisce il giusto equilibrio tra suspense e attesa, e che ti tiene incollato senza che tu sappia bene perché.

La scrittura è di quelle che si riconoscono dai dettagli. Quando il protagonista, esasperato, sbotta con un “che me frega (delle uova)” — lì capisci che chi ha scritto questa storia conosce il peso delle parole e, soprattutto, conosce Roma. E poi c'è un'altra chicca, forse la mia preferita: la vicina gli dice che per la macchia sulla camicia basta metterci un po' di farina. Ancora un ingrediente. Capite? La metafora non è mai dichiarata, non è mai gridata. È lì, tra le righe, ed è bellissima.

Va detto che l'attrice compie un cambio di registro notevole, passando dalla vecchietta petulante a qualcosa di molto più profondo con una naturalezza rara.

E il finale. Noi spettatori restiamo fuori da quella porta. Non sappiamo cosa deciderà il ragazzo. Il tempo sospeso è calibrato al secondo, finché la risoluzione arriva con la grazia che merita. Perfino i titoli di coda — carinissimi, giocosi — sono parte dell'opera, la rendono organica, completa.

Lorenzo Cioglia dirige tutto questo con mano sicura, da regista che sa che a volte la cosa più coraggiosa è togliere, non aggiungere.

Se la romanità fosse un genere cinematografico — e forse dovrebbe esserlo — L'ultimo ingrediente sarebbe tra le cose più belle sui romani. Un'idea splendida, gestita in maniera esemplare, con un'intelligenza di scrittura che oggi, francamente, si incontra di rado. Anche al cinema dei grandi.

 

Documentari

Tomoshibi di Lorenzo Squarcia

Tomoshibi non è il solito documentario di testimonianza in cui le vittime di una catastrofe ci raccontano la loro storia mentre la macchina da presa annuisce educatamente. È qualcosa di più scomodo.

Quello che colpisce, fin dalle prime inquadrature, è la scelta di non avere fretta. In un'epoca in cui il documentario contemporaneo insegue il montaggio serrato e l'emozione a portata di clic, il regista si ostina a tenere la camera ferma, a lasciare che il tempo si depositi sullo schermo. Le inquadrature fisse potrebbero sembrare una posa, un vezzo da cinema d'autore. Non lo sono. Sono il modo più onesto per restituire il ritmo di queste vite: l'attesa, il silenzio, la quiete che non è mai davvero quiete perché il mare è lì, sempre.

E il mare, in Tomoshibi, non fa da sfondo. È un personaggio con cui fare i conti ogni mattina.

I protagonisti si raccontano senza retorica, con quella dignità un po' ruvida di chi ha già visto il peggio e sa che potrebbe rivederlo. I muri che si stagliano contro l'oceano — barriere erette dopo il disastro — diventano la metafora più potente del film: necessari, imponenti, e tuttavia incapaci di nascondere quanto sia fragile tutto ciò che proteggono. La fotografia lo capisce, e lavora di conseguenza: niente compiacimento estetico, niente tramonto a effetto. Solo luce e peso.

La colonna sonora respira con le onde senza sopraffarle. È raro, e va detto.

Tomoshibi è un film duro da guardare non perché mostri immagini difficili, ma perché ci chiede di stare fermi insieme a persone che hanno imparato a stare ferme nell'incertezza. Un'opera che non consola. E fa bene.