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La pellicola ripercorre i luoghi e la storia di Rosario Livatino, il “giudice ragazzino”, come era stato definito per la sua giovane età, ucciso nel 1990 dalla mafia mentre si recava a lavoro al Tribunale di Agrigento.

Essere “la legge in una terra senza Stato o lo Stato in una terra senza legge” era stata la sua missione, segnata da un’infaticabile ricerca della verità che gli è costata la vita. Negli anni Novanta infatti, la mafia puntava a colpire lo Stato nella sua interezza, attaccandone le fondamenta, istillando la paura ed uccidendo chi stava dedicando la propria vita ad estirpare il fenomeno criminale più pervasivo che il nostro Paese abbia mai visto. La mafia è infatti in primo luogo un’enorme organizzazione economica che muove oltre 110 miliardi l’anno, ma anche un comportamento, un habitus acquisito ed incorporato dalle persone, fatto di omertà, onore, rispetto, riservatezza e complicità. Sono proprio questi valori che fungono da “cinghia di trasmissione” per un sistema che si riproduce e si cementifica da secoli, rendendo ancora più ardua la missione di chi vi si oppone che spesso non trova un contesto culturale solidale.

Il cortometraggio, sempre di grandissima attualità, vuole essere un omaggio alla memoria del giudice Livatino così come a quella di tutte le migliaia di vittime della mafia. Uomini, donne e bambini che troppo spesso finiscono per essere dimenticati.