SorrisoDiverso

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Di Eva Mazzone
La violenza è l’espressione dell’aggressività del più forte sul più debole. C’è n’è tanta, di violenza: psicologica, verbale, fisica, diretta, indiretta, c’è sempre stata e sempre ci sarà. Pare che l’uomo non possa fare a meno di esprimere la sua aggressività. Ma, recentemente, sembra che la cosa gli sia sfuggita di mano.
Perché l’uomo ha inventato il terrorismo.
Puntando l’obiettivo sul vecchio continente, è impressionante il numero di attacchi di (presunta) matrice jihadista, dal 2004 ad oggi. L’11 marzo del 2004, a Madrid, dieci attacchi coordinati al sistema ferroviario della città hanno ucciso 191 persone e ne hanno ferite oltre 2000. Un anno dopo, il 7 luglio, una serie di esplosioni ha fatto saltare in aria tre treni della metropolitana e un autobus a Londra. La Francia viene colpita nel marzo 2012, quando in due settimane un attentatore uccide 7 persone. Il 24 maggio, nel museo ebraico di Bruxelles, perdono la vita quattro persone. Sono altre 12 a morire a Parigi, il 7 gennaio 2015, presso la sede del settimanale satirico Charlie Hebdo. Il 14 febbraio, presso un locale di Copenhagen dove era stato organizzato un convegno sulla libertà d’espressione, irrompe un attentatore armato di pistola. Tre attacchi simultanei hanno luogo nella capitale francese il 13 novembre: il bilancio finale delle vittime è di 137 morti. Di nuovo a Bruxelles, il 22 marzo 2016, tre esplosioni all’aeroporto e alla stazione metro da parte dell’Is uccidono 32 persone, ferendone 300. Il 14 luglio 2016, i jihadisti celebrano il massacro di Nizza, anche se l’uomo che ha ucciso ben 84 persone non sembra avere alcun legame con il terrorismo. Chi aveva aderito all’Isis è invece Mohammed Delel, che ad Ansbach ha ferito 12 persone facendosi esplodere.
Ma come dimenticare l’attentato al museo nazionale del Bardo, o i 20 morti al ristorante Holey Artisan Bakery di Dacca, o ancora la strage alla marcia pacifista del partito curdo, ad Ankara, le stragi continue in Iraq?
Ma la minaccia più grande forse non è solo il terrorismo in sé, in quanto arma che consente a un gruppo o più di persone di provocare, appunto, terrore nella gente allo scopo di assoggettarla al loro volere, ma più che altro l’ondata di violenza che ne scaturisce: dopo gli attentati, infatti, ogni disagiato mentale con tendenze aggressive è potenzialmente un violento dal momento in cui vede che nel mondo intorno a lui la violenza non è più un tabù, ma qualcosa di lecito.
Ne è un esempio ciò che è avvenuto nella civilissima Monaco di Baviera, dove il 22 luglio il diciottenne Ali Sonboly, tedesco-iraniano, ha fatto fuoco su trentasei persone – uccidendone nove – nel centro commerciale Olympia, ma anche gli episodi di Sagamihar, in Giappone, dove un uomo armato di coltello ha ucciso 19 persone in un centro per disabili, lo Tsukui Yamayuri Garden. E il parroco sgozzato a Rouen, la donna uccisa con un machete a Reutlingen, le tre persone ferite da un diciassettenne afghano a Wurzburg.
Molte, troppe sono le stragi, di matrice terroristica e non. La confusione è inevitabile: nulla è più completamente bianco o completamente nero. Ci sono i kamikaze dell’Isis, i ragazzi che aderiscono all’organizzazione del terrore su internet e quelli che semplicemente ne vengono ispirati e ancora gli squilibrati che non hanno nulla a che fare con il terrorismo.
Sono troppe le varianti, e per questo motivo spesso si cade nell’errore di fare di tutta l’erba un fascio. La realtà è che dietro ogni assassino c’è un mondo di ingiustizie e tormenti, di fede e di disperazione, c’è un’intera storia da tenere in considerazione.
Prendiamo ad esempio Ali Sonboly, il diciottenne che da anni meditava di uccidere tutti i suoi coetanei. In assenza della diagnosi di terrorismo, sono i disturbi psichici del giovane a dare una risposta a tutti i quesiti che sorgono spontanei dopo la notizia della strage. Ma, come scrive la psicologa Donatella Girardi su Il Fatto Quotidiano, “ricorrere alle diagnosi psichiatriche sembra rappresentare la difficoltà culturale di pensare e comprendere i fenomeni di marginalità e violenza”. Il killer, infatti, aveva a lungo subito esperienze di bullismo a scuola, violenze che gli avevano procurato gravi squilibri mentali. "Conosco questo ca**o di tipo, si chiama Ali Sonboly. Era nella mia classe. Facevamo sempre del mobbing contro di lui a scuola. E lui diceva sempre che ci avrebbe uccisi", rivela un suo anonimo ex compagno di classe in un’intervista. Salta agli occhi il quadro della periferia, con le sue diseguaglianze, l’esclusione e la violenza che non viene presa abbastanza in considerazione dagli enti che dovrebbero occuparsi politiche sociali, sanitarie e d’istruzione, al fine di garantire l’integrazione e l’uguaglianza all’interno di ogni nucleo sociale. La soluzione a questo problema sta “nell’investimento per lo sviluppo di una cultura della convivenza democratica e laica che faccia della relazione con la diversità una risorsa”. Al contrario, la paura e l’ignoranza ci portano a considerare l’omicida non come un malato, ma come un “mostro”, che come tale viene disprezzato. La colpa, se proprio dobbiamo cercarla, è di chi non ha prevenuto lo squilibrio, di chi l’ha causato, e di chi non ha provveduto a curarlo. L’assassino è anche vittima, sempre.
Concentriamoci un attimo sui terroristi, i moltissimi ragazzi che si ritrovano intrappolati in una guerra che non è la loro. Quali sono le dinamiche che portano una persona ad aderire alle organizzazioni del terrore, a diventare fanatici estremisti, ad arrivare ad un omicidio-suicidio? Ciò che accomuna tutti loro è il fatto di avere origini straniere, provenire dai paesi del Vicino Oriente o dell’Africa. Sono tutte persone nate o vissute in un paese nella cui cultura non si riconoscono, e dai cui abitanti non vengono accettati. Ma, allo stesso tempo, sono indissolubilmente legati ad un altro paese in cui però non possono vivere oppure non hanno mai vissuto. Si ritrovano quindi senza identità: non sanno chi sono e di conseguenza non riescono a dare uno scopo alla propria vita, un senso. E dove trovano la loro identità? Nella religione del proprio paese di provenienza, in questo caso l’islam, che diventa così forte da tramutarsi in fanatismo e spazzare via tutto il resto.
E quando il terrorismo non c’entra nulla? Qual è la chiave che fa nascere l’idea di una strage nella mente dello squilibrato? L’atmosfera di violenza che respira l’individuo con problemi mentali è la scintilla che lo porta a compiere gesti di assoluta ferocia: prima fra tutte, quella che l’ambiente esterno riversa su di lui, la fonte del suo disturbo. In seguito è la violenza che vede intorno a sé che gli ispira il progetto aggressivo, ed è sempre quella che gli fornisce la rabbia necessaria per metterlo in atto. Quante immagini, video, notizie ingigantite col mero scopo di soddisfare la morbosità umana circolano in rete, in televisione, tra le pagine dei giornali? È chiaro che la violenza viene amplificata dai media, che spesso vanno oltre l’informazione e sfociano nell’involontario fomento dell’aggressività. Ovviamente non si deve ricorrere alla censura dei contenuti più ostici: la prevenzione non vale la libertà. Ma invece di ricorrere a metodi giornalistici di stampo scandalistico, di fare terrorismo psicologico, di indirizzare l’opinione pubblica verso il razzismo (e qui si torna al discorso dell’assassino-vittima), forse sarebbe meglio evidenziare il lato semplicemente sbagliato della violenza. Se si riuscisse a capire che dietro tutta questa violenza non ci sono delle macchine, ma delle persone, degli individui che agiscono sempre a causa di qualcosa, forse ognuno di noi nel suo piccolo potrebbe frenare questo meccanismo di uomini che usano altri uomini contro altri uomini ancora.
In generale, bisognerebbe insegnare la pace, la tolleranza, la non-violenza. E, anche se la morale ce lo impedisce, bisognerebbe imparare a ridicolizzare il fanatismo, il terrorismo, la violenza: le persone hanno bisogno di aiuto, non del nostro odio. Persone che sono soltanto pedine di una enorme scacchiera, e che, dopo una vita di traumi, verranno dimenticate. Ricordiamoci: il fuoco non si spegne col fuoco, ma con l’acqua.