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Recensione: [a-live] – da una storia vera

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Scritto e diretto da Alice Rotiroti, il cortometraggio si sviluppa attraverso una regia, un montaggio e una colonna sonora che simulano un’andatura intermittente, specie nella prima parte, a riflettere la ricorrenza, non armoniosa ma distorta, di un fenomeno che è anche il tema del cortometraggio: il rapporto tra arte e morte. Tra suggestioni sperimentali che frangono e isolano immagini e suoni, la storia appare sullo schermo con l’aspetto di un mosaico i cui tasselli non compongono solo il racconto, ma una riflessione che si completa soltanto quando l’ultima tessera si unisce alle altre.

Vania è la giovane protagonista di [a-live]. Dopo la morte di sua madre Ulrike si dedica a terminare il saggio incompiuto che la donna stava redigendo sulle vite di grandi artiste morte suicide. La sua riflessione si rivolgeva alla profondità con la quale, tramite l'arte, queste donne seppero addentrarsi in cavità inesplorate del significato della vita, e all’atto consapevole con cui se ne separarono: una stortura, una ripetizione che non è un ritornello, ma è più simile a un disco che si incanta. Agnese Piola offre un’interpretazione sensibile della protagonista del cortometraggio, assorbita dalle sue meditazioni – non solo quelle espresse dalla voce fuori campo, ma specialmente quelle taciute – mentre la documentazione che porta avanti per concludere l’opera la trascina verso la depressione.

Le splendide riprese del piccolo borgo sull’Appennino innestano in questa spirale negativa una sequenza, accompagnata dalla lettura di una lettera che irrompe nitida, lenta e rassicurante a redimere il senso di incompiutezza delle storie di queste artiste – come di Ulrike – dissipando l’illusione di un finale mancato. Alla fine, quella della sua conservazione o meno è solo una delle accezioni di una vita.

Alice Rotiroti orchestra un gioco di gravità e di vuoti, un’oscillazione che riflette altre alternanze di presenza e assenza: il respiro, l’atto artistico e il parto. Ed è forse quest’ultimo il parallelo più appropriato, in questa storia di lutto e di lascito, di una madre e di una figlia, la spiegazione più profonda di questo vuoto evocato, esplorato, e infine attraversato con gratitudine.