SorrisoDiverso

RECENSIONE: ALLELUJIA di Paolo Geremei

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In “Alleluia” la storia del giovanissimo protagonista, il chierichetto Mino, vede l’evoluzione e la risoluzione della sua parabola nell’arco di sette minuti di una pellicola quasi interamente muta e in bianco e nero. Ciò malgrado, l’eloquenza delle immagini riesce a colmare l’assenza di battute, colorare la scena, sfruttare il breve minutaggio con una struttura perfettamente conchiusa.

Mino è un chierichetto ed è in ritardo per la messa. Mentre si affretta a prepararsi, viene sorpreso da una sua coetanea incontrata per la prima volta. Quell’arrivo improvviso e la fretta, però, gli giocano un brutto scherzo: Mino urta un crocefisso che cade e si danneggia.

Offrendosi quella reciproca complicità che fa evolvere il mutismo della pellicola in un silenzio circospetto dall’effetto comico, i due bambini cercano di rimediare all’incidente, ma il finale li prenderà in contropiede. Solo loro sanno come sono andate veramente le cose, ma il segreto resta relegato all’avventura che i due hanno condiviso e attorno alla quale gli adulti gravitano, senza potervi accedere.

Il corto evoca il mondo dell’infanzia da una riserva nostalgica a cui qualsiasi spettatore potrebbe attingere e fa sì che esso emerga con l’aspetto di una cartolina.